lunedì 15 aprile 2013

Vremenà: il Prog che viene dallo spazio


A cura di Microbass

Strana cosa è la musica, con le sue probabilità sonore, le combinazioni e le permutazioni. Corre via veloce, velocissima verso un universo di sperimentazioni strumentali fatto da diverse suggestioni, sogni e ricordi dimenticati a memoria.

E dopo, solo dopo averla composta e suonata, forse si sente la necessità di catalogarla in un classificatore da lasciare ai posteri. Già, che genere è ? La domanda, a volte, non ha risposta perché i suoi confini sono talmente labili e sfumati tali da essere quasi indistinguibili gli uni dagli altri : rock, progressive, psichedelic, alternative … tutti hanno una zona grigia completamente sovrapponibile nei quali gli arrangiamenti, i virtuosismi, le ritmiche complesse e le preziosità estetiche si agganciano per formare un mondo reale anche nel sogno musicale.

Due chitarre sufficientemente ruvide e morbide allo stesso tempo, un basso ritmato come un sequencer ipnotico ed una batteria che fa da apripista a tutte le altre modalità, sono più che sufficienti per ricreare un collage alchemico e sonoro capace di incantare l’ascoltatore che “sente” le scene con gli occhi e “vede” la musica con le orecchie come in un film 3D …

E tutto questo in Italia, a Pesaro precisamente. In un Paese che deve sempre incessantemente combattere con una esterofilia dominante, i Vremenà sono capaci di ricreare organicamente le sapienti atmosfere del prog più funzionale per approdare, quasi casualmente, nelle pieghe della sperimentazione fantastica di una favola senza tempo.

Ed il tutto, poi, si proietta nello spazio del sistema solare con i brani che diventano, quindi, i suoi pianeti viventi e le sue stelle : le Pleiadi, Nettuno, Urano, Marte, Terra, Plutone, Giove, Mercurio, Saturno e Venere.

Ognuno di loro ha un colore progressivo, una storia innovativa, una traccia di vita psichedelica da raccontare in musica senza confini di “genere“ ma con l’utilizzo di tempi dispari ed inconsueti, con frequenti cambi di tempo, con variazioni di intensità e velocità nello stesso, unico, brano magari anche composto da una successione di temi più o meno distinti. E, qualche volta, anche da sapore tiepidamente epico.



Ad un ascolto più approfondito, poi, si definiscono meglio i dettagli delle architetture sonore : si mettono a fuoco le surreali atmosfere fantascientifiche che hanno caratterizzato i primi anni ’70 dei Pink Floyd, Hawkwind e Gong con il sound sperimentale e distorto delle chitarre tali da sembrare sintetizzatori, le dissonanze del jazz ed i tempi sincopati della fusion.

Due esempi.

Nel brano “Pleiadi”, appunto, l’intro robusto e marcato della sezione ritmica ( basso & batteria ) fanno da contraltare sonoro alle dissonanze doppie ed alle continue accelerazioni gravitazionali delle chitarre modulate con intensità variabile.

Le atmosfere di “Terra”, invece, narrano in musica l’evoluzione dell’essere umano, i continui mutamenti geologici e temporali : sembra di vedere le singole note dei quattro elementi terrestri ( terra-fuoco-aria-acqua ) esattamente distinti l’un dall’altro. E questo, grazie alla sapiente miscela strumentale del gruppo che offre, contemporaneamente, fascino e pericolo.

Quale conclusione ? Non ci sono vie di mezzo : Vremenà, sin dalla prima traccia, o si ama o si odia !




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